L'album comincia dalla fine. Il protagonista è in prigione. Non sappiamo ancora perché. Hummingbird apre quindi la storia con una domanda che verrà compresa soltanto alla fine: cosa ha portato quest'uomo fin lì? Il personaggio pronuncia una frase che diventa la chiave dell'intero album: “I'm part of the problem, oh what a shame.” È una confessione, ma anche un'accusa. Il protagonista sogna un mondo diverso, ma sa di averne fatto parte senza riuscire a cambiarlo. La canzone è contemporaneamente inizio e conclusione.
Concept album
Strays Under The Storm
È la storia di un uomo comune davanti a un mondo che non riconosce più, ma è anche la storia di tutti quelli che, davanti a ciò che non funziona, scelgono di non guardare.
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Strays Under The Storm è un'opera ciclica.
Il protagonista non è un eroe, ma una persona qualunque che prova a sopravvivere in un mondo rotto.
Indifferenza, rabbia, ribellione, stanchezza, fede, speranza, disperazione e violenza.È l'impiegato che va al lavoro, l'uomo che vede qualcosa di sbagliato ma decide di non parlare, quello che vorrebbe cambiare le cose ma ha paura delle conseguenze.
Ed è proprio questo il punto centrale dell'opera: quanto siamo responsabili di ciò che accade quando scegliamo di non agire?
La struttura dell'album è ispirata, per ambizione narrativa e costruzione concettuale, a opere come The Wall e Storia di un impiegato, ma la storia nasce dalla vita quotidiana e dalla realtà contemporanea.
Il protagonista attraversa il disco cercando una risposta. Alla fine non la trova. Trova invece qualcosa di più difficile: la consapevolezza che la responsabilità non può essere delegata.
Il titolo richiama volutamente Another Brick in the Wall, ma il brano racconta una storia diversa. Qui incontriamo il protagonista nella sua quotidianità. Un uomo che va al lavoro. Un uomo che vede, ma non vuole vedere. Che avrebbe qualcosa da dire, ma ha paura di parlare. Che potrebbe agire, ma teme ciò che potrebbe diventare se lo facesse. È la rappresentazione dell'individuo che sceglie la sicurezza dell'immobilità. Non necessariamente perché sia cattivo. Ma perché è spaventato. E ogni giorno in cui non fa nulla diventa un altro giorno in cui contribuisce, inconsapevolmente, a costruire il muro.
Il muro diventa finalmente visibile. Over The Wall porta il protagonista davanti all'egoismo dell'uomo che sceglie di non guardare. Non vedere significa non essere responsabili. Non parlare significa non esporsi. Non agire significa poter continuare a vivere come prima. Ma la verità ha un prezzo. Perché vedere significa assumersi una responsabilità. Significa forse rinunciare a una parte del proprio benessere. Significa dare il proprio pane a chi ha più fame. Significa rinunciare all'idea di essere l'eroe della situazione. Il protagonista comincia quindi a capire che il problema non è soltanto ciò che il mondo fa. È anche ciò che lui sceglie di non fare.
La consapevolezza si trasforma in rabbia. In Flat Dreams, qualcosa si spezza. Il protagonista si risveglia dalla passività e comprende che la forza del singolo è quasi nulla. Ma comprende anche il contrario: quando gli individui si uniscono, diventano qualcosa che il potere non può facilmente fermare. Il personaggio assume quindi un nuovo ruolo. Non più spettatore. Non ancora eroe. Diventa un ispiratore. Invita gli altri a svegliarsi, a migliorarsi, a mettere in discussione ciò che viene loro raccontato. La rabbia diventa energia collettiva.
Ma la rabbia non dura per sempre. Quando il mondo risponde facendo muro, nasce la tentazione di tornare indietro. Catfish rappresenta questo desiderio. Tornare al proprio piccolo spazio. Nuotare nel proprio fiume. Pensare soltanto alla propria vita. Ignorare il rumore del mondo. Per un momento sarebbe più facile. Ma qualcosa è cambiato. Il protagonista non riesce più a tornare completamente indietro. Un piccolo frammento di coraggio è rimasto. E allora saluta il dolore come si saluta un vecchio amico. Non perché abbia vinto. Ma perché ha ancora la forza di guardarlo in faccia.
Poi arriva il momento in cui anche il coraggio non basta più. Mother è la richiesta di aiuto. Quando non sai più a cosa aggrapparti, cerchi una direzione. Dio. Una madre. La Madre Terra. Qualcosa che possa dirti cosa fare. Il protagonista si sente come un moderno Don Chisciotte: combatte contro mulini a vento, mentre ogni gesto sembra inutile. E nasce una domanda ancora più difficile: la bontà è ancora un sincero sentimento di empatia o è diventata soltanto una forma di ostinato egoismo? Il protagonista non sa più distinguere le due cose. Non chiede una vittoria. Chiede semplicemente di sapere dove andare.
Newborn è la risposta alla chiamata di Mother. La risposta arriva attraverso un viaggio onirico. È un dialogo unilaterale, dolce e amaro, tra l'uomo e una presenza divina. La divinità ascolta. È felice che l'uomo esista. Ma è anche triste per il suo destino. Non può intervenire direttamente. La sua unica possibilità è continuare a mettere al mondo esseri umani capaci di accendere una luce. La responsabilità passa quindi nuovamente all'uomo. A tutti gli uomini. Siamo tutti figli della stessa origine e tutti abbiamo ricevuto una parte di quella fiducia. La speranza della divinità è semplice: che l'uomo possa vivere, essere felice e riuscire a cambiare un mondo ormai profondamente corrotto e ferito.
Il protagonista si risveglia con un rumore in testa. La speranza non è bastata. La rabbia non è bastata. La fede non è bastata. E allora arriva la disperazione. Me, Myself and I rappresenta il punto più oscuro dell'album. L'uomo, come gesto estremo, ricorre proprio alla violenza che aveva sempre cercato di combattere. Il silenzio viene spezzato dal rumore di uno sparo. Le grida dei passanti. Il dolore della persona che ha ucciso. Il dolore di chi gli sta intorno. Anche l'amore che avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle non è riuscito a fermarlo. Perché il protagonista è arrivato a una conclusione terribile: forse soltanto chi usa la violenza viene finalmente ascoltato. È il fallimento definitivo della sua ricerca. E nel momento stesso in cui crede di aver finalmente fatto qualcosa, comprende cosa ha fatto.
La storia torna al punto di partenza. Hummingbird Reprise richiama direttamente la prima traccia. Ora sappiamo perché il protagonista è in prigione. E comprendiamo finalmente la frase: “I'm part of the problem.” Non è più soltanto una frase. È una condanna. Il protagonista avrebbe voluto un mondo migliore. Ha provato a cambiare le cose. Ha fallito. E alla fine è diventato parte del problema che voleva combattere. Ma il ciclo non termina con lui. La speranza viene trasferita all'ascoltatore. Come la divinità di Newborn aveva affidato la propria speranza agli uomini, il protagonista affida ora la propria speranza a chi sta ascoltando.
L'album termina con la title track. Non è una celebrazione. È un inchino. Un'uscita di scena. Dopo tutto ciò che è accaduto, The Sun & 13 si rivolge direttamente a chi ha ascoltato. A chi ha dedicato qualche minuto della propria vita alla storia. Perché il tempo è la cosa più preziosa che una persona possiede. Ma Strays Under The Storm è anche un inchino di Thomas e Alessandro. Un ringraziamento a tutti i musicisti e collaboratori che hanno creduto nel progetto, che hanno prestato il proprio talento alle canzoni e che hanno contribuito a trasformare un'idea in qualcosa di reale. Dalle prime note fino ai palchi. Dalla scrittura alla musica. Dalla musica alle persone. Il sipario si chiude. Lo spettacolo finisce. Ma la storia non appartiene più alla band. Da questo momento appartiene a chi l'ha ascoltata.
